trio
Il trio di Teresa
Efabilandia
02.09.2025 |
10.615 |
2
"Vincenzo mi ha presa per mano e mi ha guidata verso un punto più nascosto della radura, dove l’erba era più alta e i pini formavano una sorta di alcova naturale..."
Mi chiamo Teresa, ho trent’anni e il sangue caldo di una donna del Sud. La mia storia con Vincenzo inizia un anno fa, in una torrida estate napoletana, durante una festa di paese, tra l’odore di salsicce alla brace e il suono delle tammurriate che rimbombavano nell’aria. Lui era lì, al centro della piazza, con una camicia bianca aperta sul petto abbronzato, i muscoli tesi sotto la pelle lucida di sudore. Il suo sorriso, un misto di sfacciataggine e promessa, mi ha colpita come un fulmine. Ho sentito un calore risalirmi dal ventre, un’onda che mi ha fatto tremare le gambe. Non ho resistito: sono corsa nel bagno di un bar vicino, mi sono chiusa dentro e, con le dita che tremavano, ho lasciato che il desiderio mi travolgesse. Ho immaginato le sue mani su di me, il suo respiro sul collo, e sono venuta in silenzio, mordendomi il labbro per non urlare.Da quel giorno, Vincenzo è diventato la mia ossessione. Ogni volta che lo vedevo – ai mercati, alle partite di calcetto, o alle cene con amici comuni – i nostri sguardi si incatenavano. Era come se il mondo intorno si dissolvesse, lasciando solo il fuoco che bruciava tra noi. Non potevo fare a meno di lui, del suo profumo di muschio e tabacco, della sua voce rauca che mi faceva vibrare ogni nervo. Ho comprato un vibratore, l’ho chiamato “Enzo” in suo onore, e ogni notte lo usavo immaginando il suo corpo sopra il mio, le sue mani ruvide che mi stringevano i fianchi. Ma non era abbastanza. La voglia di lui mi consumava.Ci siamo scritti migliaia di messaggi, parole cariche di promesse oscene, desideri sussurrati a tarda notte. Le sue chiamate erano un tormento delizioso: la sua voce mi ordinava di toccarmi mentre lui descriveva cosa mi avrebbe fatto, e io obbedivo, ansimando nel buio della mia stanza, con l’odore di lavanda del mio bagnoschiuma ancora sulla pelle. Ogni parola era una scintilla che accendeva il mio corpo, ogni “Teresa, sei mia” mi faceva sciogliere.Poi, finalmente, l’appuntamento. Mi ha scritto: “Ci vediamo stasera, davanti alla Villa Comunale. Passo con la macchina, c’è anche Carmine, un amico. Va bene?” Ho detto sì, senza pensarci due volte. Il cuore mi martellava nel petto mentre mi preparavo, infilando un vestitino nero che aderiva alle mie curve, senza reggiseno, solo un perizoma di pizzo rosso. L’aria della sera era densa, profumata di gelsomino e salsedine, e il suono lontano delle onde del mare mi faceva sentire selvaggia, libera.Vincenzo è arrivato con la sua Alfa Romeo scura, il motore che ruggiva come un animale. Carmine, il suo amico, era seduto davanti, un tipo silenzioso con occhi curiosi. Mi sono seduta sul sedile posteriore, e non appena la portiera si è chiusa, Vincenzo si è girato verso di me. I suoi occhi erano due tizzoni ardenti. Mi ha afferrato per la nuca e mi ha baciata, un bacio famelico, con le lingue che si intrecciavano, la sua saliva calda e salata che mi inondava la bocca. Il sapore di lui era un mix di sigaretta, menta e desiderio puro. Ho ansimato contro le sue labbra, il mio corpo già teso come una corda di violino.La sua mano è scivolata tra le mie cosce, sopra il tessuto leggero dei leggings. Ho sentito il suo tocco deciso, possessivo, e senza pensarci mi sono abbassata i pantaloni fino alle ginocchia, offrendogli la mia fica già gonfia e bagnata. L’odore del mio desiderio riempiva l’abitacolo, un aroma muschiato e dolce che mi faceva girare la testa. Carmine ci guardava dallo specchietto, il suo respiro corto, ma non diceva nulla. Vincenzo mi ha infilato un dito, poi due, poi quattro, spingendo con forza, allargandomi senza pietà. Ogni movimento era un’esplosione di piacere e dolore, e in pochi secondi sono venuta, la mia fica che pulsava e inondava la sua mano di calore liquido. “Lèccami le dita,” ha ordinato, la voce roca come ghiaia. Ho obbedito, succhiando il sapore acre e salato di me stessa, la mia lingua che scivolava sulle sue nocche ruvide.Ci siamo baciati ancora, un groviglio di lingue e gemiti, e stavolta sono stata io a cercarlo. Ho sfiorato il rigonfiamento nei suoi jeans, duro come pietra, enorme. L’ho sentito pulsare sotto le mie dita, e il pensiero di averlo dentro di me mi ha fatto quasi svenire. Abbiamo guidato fino a una radura isolata, tra pini marittimi e il canto delle cicale che riempiva l’aria. L’odore della resina e del mare mi rendeva selvaggia, come una bestia liberata dalla gabbia.Scesi dalla macchina, mi sono inginocchiata davanti a lui, sull’erba umida che pizzicava le mie ginocchia. Gli ho slacciato i jeans, e quando il suo cazzo è saltato fuori, ho trattenuto il fiato. Era enorme, oltre ventitré centimetri, spesso, con vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Non avevo mai visto niente di simile, nemmeno nei porno che guardavo da ragazza. L’ho afferrato con entrambe le mani, segandolo lentamente, mentre con le labbra succhiavo la cappella, liscia e umida, che sapeva di sale e di lui. Ho lasciato che la mia saliva lo rivestisse, prendendolo in bocca fino a dove potevo, la gola che si stringeva intorno alla sua durezza. Mi ha afferrato i capelli, lunghi e mossi, e ha iniziato a fottermi la bocca, spingendo con un ritmo che mi faceva quasi soffocare. Il suono dei miei risucchi era osceno, mescolato al suo respiro pesante e al fruscio delle foglie mosse dal vento.Poi mi ha tirata su, tirandomi per i capelli con una forza che mi ha fatto gemere. Mi ha sbattuta contro il cofano della macchina, il metallo caldo contro il mio viso. Mi ha abbassato i leggings, esponendo il mio culo al sole e all’aria salmastra. Senza preavviso, mi ha sfondata, il suo cazzo che mi apriva la fica con una violenza che mi ha strappato un grido. Ogni colpo era una frustata, un misto di dolore e piacere che mi faceva tremare. La mia voce si spezzava in gemiti, il suono dei nostri corpi che sbattevano insieme si mescolava al ronzio delle cicale. “Sei la mia puttana,” mi ha ringhiato, i suoi occhi neri che mi trapassavano. “Sono di più,” ho risposto, la voce rotta dal piacere. “La mia troia.” “Ancora di più.” “La mia cagna.” “Sì! Fottimi il culo!”Non mi ha dato il tempo di prepararmi. Mi ha allargato le natiche con le sue mani grandi, callose, e ha spinto il suo cazzo dentro di me, fino in fondo. Sono rimasta immobile, impalata, il respiro bloccato in gola. Il dolore era acuto, ma il piacere lo inseguiva a ruota. Mi sono aggrappata ai fianchi di Carmine, che nel frattempo si era avvicinato, il suo cazzo ormai libero dalla mia bocca per non farmi soffocare. Vincenzo ha iniziato a muoversi, lento, lasciando che il mio corpo si abituasse, poi sempre più forte, colpi netti e profondi che mi facevano gridare. Le sue mani mi stringevano i fianchi, tiravano i miei capelli, costringendomi a inarcare la schiena. “Ti sborro dentro?” ha sussurrato al mio orecchio, il suo respiro caldo che mi faceva rabbrividire. “Sì, oh mio Dio!” Ho sentito la sua cappella esplodere, un fiotto caldo e cremoso che mi riempiva, scivolando dentro di me come lava. Ha continuato a muoversi, svuotandosi completamente, prima di uscire piano.Subito dopo, Carmine ha preso il suo posto, infilandosi nel mio culo ancora morbido e bagnato. È durato poco, un paio di spinte, e poi è venuto, il suo calore che mi colava tra le natiche, mescolandosi all’odore di Vincenzo e al profumo della pineta. Sono rimasta appoggiata al cofano, il corpo esausto, il sole alto che filtrava tra i rami. Il cinguettio degli uccelli e il suono lontano del mare erano l’unico sottofondo, mentre il mio corpo vibrava ancora di piacere.Mentre riprendevo fiato, con il petto che si alzava e abbassava come dopo una corsa, ho sentito il calore del sole sulla mia pelle nuda, misto al sudore che mi colava lungo la schiena. L’odore della resina dei pini si mescolava a quello salato del mio stesso corpo, un cocktail che mi faceva sentire viva, primitiva. Vincenzo si è chinato su di me, il suo respiro ancora caldo contro il mio orecchio. “Non abbiamo finito, Teresa,” ha mormorato, la sua voce un ringhio basso che mi ha mandato un brivido lungo la spina dorsale. Ho girato la testa per guardarlo, i suoi occhi erano ancora pieni di fame, come se quello che avevamo appena fatto fosse solo un antipasto.Mi ha aiutata a sollevarmi dal cofano, le sue mani forti che mi sostenevano mentre le mie gambe tremavano. Carmine era lì, a pochi passi, con il cazzo ancora mezzo duro nei pantaloni abbassati, il suo sguardo che oscillava tra l’imbarazzo e l’eccitazione. L’aria intorno a noi era densa, carica di odori: il muschio della terra, il sale del mare, il profumo acre del nostro sesso. Ho sentito un rivolo di sborra scivolarmi lungo l’interno della coscia, e invece di vergognarmi, mi sono sentita potente, desiderata.Vincenzo mi ha presa per mano e mi ha guidata verso un punto più nascosto della radura, dove l’erba era più alta e i pini formavano una sorta di alcova naturale. Il terreno era morbido sotto i miei piedi nudi, e il fruscio delle foglie secche sotto di noi era come un ritmo che accompagnava i nostri movimenti. Mi ha fatto sdraiare su una coperta che aveva preso dal bagagliaio, il tessuto ruvido che pizzicava la mia pelle sensibile. “Voglio assaggiarti,” ha detto, inginocchiandosi tra le mie gambe. Il suo tono era un ordine, ma anche una supplica, e il modo in cui mi guardava – come se fossi un banchetto da divorare – mi ha fatto bagnare di nuovo.Ha abbassato il viso sulla mia fica, il suo respiro caldo che mi sfiorava prima ancora del contatto. Quando la sua lingua ha toccato le mie labbra gonfie, ho emesso un gemito che sembrava venire da un luogo profondo dentro di me. Il sapore di me stessa, ancora misto al suo, lo faceva gemere contro la mia pelle, un suono gutturale che vibrava dentro di me. La sua lingua era lenta, deliberata, esplorava ogni piega, succhiava il mio clitoride con una pressione che mi faceva inarcare la schiena. L’odore della mia eccitazione si mescolava al profumo della terra umida, e ogni tanto sentivo il gusto salato del mio sudore quando mi mordevo le labbra. Ho afferrato i suoi capelli, tirandolo più vicino, mentre il piacere montava come un’onda pronta a infrangersi.Carmine si è avvicinato, incerto, ma Vincenzo gli ha fatto un cenno con la testa, come a dirgli di unirsi a noi. Si è inginocchiato accanto a me, e senza dire una parola, ha iniziato a succhiarmi i capezzoli, la sua bocca calda e umida che li faceva indurire all’istante. Il contrasto tra la lingua ruvida di Vincenzo sulla mia fica e le labbra morbide di Carmine sul mio seno era quasi troppo, un sovraccarico di sensazioni che mi faceva gemere senza controllo. Il suono dei loro respiri, dei miei ansiti, del fruscio dell’erba sotto di noi, era una sinfonia oscena che riempiva l’aria.Vincenzo si è alzato, il suo cazzo di nuovo duro, luccicante di saliva e del mio sapore. “Girati,” ha ordinato, e io ho obbedito, mettendomi a quattro zampe sulla coperta. L’erba mi pizzicava i palmi, e l’odore della terra mi riempiva i polmoni. Ha preso il mio culo tra le mani, allargandolo di nuovo, e questa volta ha spinto dentro di me con una lentezza che era quasi una tortura. Ogni centimetro mi apriva, mi riempiva, e il dolore iniziale si trasformava in un piacere così intenso che quasi piangevo. Ho sentito Carmine posizionarsi davanti a me, il suo cazzo vicino alla mia bocca. L’ho preso senza esitazione, succhiandolo con avidità, il sapore salato della sua pelle che si mescolava al gusto di Vincenzo ancora sulle mie labbra.I loro movimenti erano sincronizzati, come se avessero fatto questo mille volte. Vincenzo mi scopava il culo con colpi profondi, il suono della sua pelle contro la mia che risuonava nella radura. Carmine mi teneva la testa, guidandomi mentre lo succhiavo, i suoi gemiti bassi che si mescolavano ai miei. L’odore del loro sudore, del mio desiderio, della natura intorno a noi, era inebriante. Ho sentito il piacere montare di nuovo, un’onda che partiva dal mio culo e si irradiava in tutto il corpo. “Sto per venire,” ho ansimato, la voce strozzata dal cazzo di Carmine nella mia bocca. Vincenzo ha accelerato, le sue mani che mi stringevano i fianchi con una forza che mi avrebbe lasciato i segni. “Vieni per me, cagna,” ha ringhiato, e quelle parole mi hanno spinta oltre il confine. Sono esplosa, il mio corpo che tremava, la mia fica che pulsava anche senza essere toccata, mentre gridavo contro la carne di Carmine.Vincenzo è venuto subito dopo, un altro fiotto caldo che mi riempiva il culo, il suo ringhio di piacere che mi faceva rabbrividire. Carmine è uscito dalla mia bocca e si è svuotato sul mio viso, il suo sperma caldo che mi colava sulle guance, sul mento, mescolandosi al mio sudore. Sono crollata sulla coperta, il respiro corto, il corpo che vibrava ancora di piacere. Il sole filtrava tra i rami, scaldandomi la pelle, e il suono delle cicale era come un battito che accompagnava il mio cuore.Ma Vincenzo non era ancora soddisfatto. Mi ha girata sulla schiena, spalancando le mie gambe con un movimento deciso. “Voglio guardarti mentre godi ancora,” ha detto, e si è abbassato di nuovo sulla mia fica, leccandola con una fame che sembrava non avere fine. Ogni colpo della sua lingua era un fuoco, ogni succhiata un’esplosione. Carmine, ancora ansimante, si è chinato a baciarmi, la sua lingua che esplorava la mia bocca, mescolando il sapore del suo sperma con il mio. Ero persa, in balia delle loro mani, delle loro bocche, del loro desiderio.Il tempo sembrava essersi fermato. Il sole era più basso ora, tingendo la radura di sfumature dorate. L’odore della pineta si mescolava al nostro, un profumo di vita e lussuria. Vincenzo si è alzato, il suo cazzo ancora duro, e mi ha penetrata di nuovo, questa volta nella fica, con una lentezza che mi faceva impazzire. Ogni spinta era un dialogo tra i nostri corpi, ogni gemito una risposta. Carmine si è sdraiato accanto a me, accarezzandomi i seni, pizzicando i capezzoli mentre mi guardava venire ancora e ancora.
Quando Vincenzo è venuto di nuovo, il suo calore mi ha riempita, scivolando fuori di me mentre mi teneva stretta. Siamo rimasti lì, sdraiati sulla coperta, il nostro respiro che si mescolava al suono della natura. Il mare in lontananza, le cicale, il vento tra i pini: tutto sembrava celebrare quello che avevamo fatto. Mi sentivo viva, completa, come se ogni parte di me fosse stata toccata, assaporata, posseduta.
Tornammo in città al tramonto, con il cielo che si tingeva di rosso e arancione. L’abitacolo dell’Alfa Romeo era silenzioso, ma carico di una tensione diversa, più dolce, come se avessimo condiviso un segreto che ci legava per sempre. Vincenzo mi ha lasciato davanti casa, un sorriso sornione sulle labbra. “Ci vediamo presto, Teresa,” ha detto, e io ho saputo che sarebbe stato così.Quella notte, da sola nel mio letto, ho ripensato a ogni momento: il sapore di Vincenzo, l’odore della pineta, il suono dei nostri corpi. Ho preso “Enzo”, il mio vibratore, e ho rivissuto tutto, venendo ancora con il suo nome sulle labbra. La mia ossessione non era finita; era solo l’inizio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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